giovedì, Aprile 3, 2025

La Buonanotte di Gramellini: “Daniel l’ultimo bacio alla madre e quei maledetti 5 secondi”

Gramellini legge la toccante lettera della mamma di Daniel, morto in un incidente sul lavoro, poi commenta la tragica realtà delle condizioni lavorative in Italia.

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Durante l’ultima puntata del programma televisivo “In altre parole”, Massimo Gramellini ha toccato i cuori dei telespettatori con la “Buonanotte”, leggendo una commovente lettera scritta dalla madre di Daniel Tafa, un giovane morto tragicamente a causa di un incidente in fabbrica. Daniel, descritto come un ragazzo d’oro che si prendeva cura della sua famiglia, è deceduto all’età di 22 anni, mentre lavorava in fabbrica, a Maniago, Pordenone. Ecco la lettera integrale

La lettera della mamma di Daniel Tafa

“Sono la mamma di Daniel Tafa. Dovrei dire che ero una madre, ma una madre resta tale anche quando suo figlio non c’è più. Vivo con le stampelle a causa di un’ernia del disco, e Daniel, fin da ragazzino, si è preso cura dei fratelli più piccoli e di me. Passava l’aspirapolvere, cucinava, stirava. Mio marito lavora, ma non si sfamano cinque bocche con uno stipendio solo.

Così un giorno Daniel ha deciso di lavorare dove lavorava papà. I suoi capi hanno subito capito quanto fosse preciso e affidabile. Pensate, non sono mai entrata in camera sua per rifare il letto o piegare i vestiti. Meno di un anno fa, gli hanno offerto un contratto a tempo indeterminato. ‘Un altro po’ e sarò il capo di tuo padre,’ scherzava. Tornava a casa distrutto, sporco dalla testa ai piedi. ‘Sei stanco?’ gli chiedevo. ‘No, ma sto benissimo.’ Anche se aveva fatto il turno di notte, era sempre lui che mi accompagnava in ospedale. Lo ha fatto anche martedì, il giorno del suo compleanno: analisi del sangue, la fisioterapia, le solite premure; “Mamma, andiamo a fare colazione che se ne sto a stomaco vuoto”, era il giorno del suo 22esimo compleanno.

Mio marito aveva il turno di mattina e, prima di andare a lavoro, gli ha fatto gli auguri. Daniel lo ha abbracciato così forte da sollevarlo da terra. ‘Ti fai male,’ gli ha detto mio marito. ‘Ma non vedi che peso?’ Daniel era sportivo, giocava in una squadra di basket e tutti lo adoravano; non sapete in quanti meno chiamato questi giorni. Martedì, nel giorno del suo compleanno, aveva il turno dalle sette di sera alle due di notte. Prima di uscire, mi ha detto, ‘Domenica festeggiamo in famiglia, faccio il tiramisù, anzi, ne faccio due perché uno me lo mangio tutto io.’; ed era capacissimo, eh, quanto di piaceva il tiramisù. Sulla porta, mi ha dato un bacio sulla guancia, e come sempre è tornato indietro, “Hai dimenticato qualcosa?” gli ho detto, e lui “sì, un bacio sulla altra guancia”, era il nostro rito.

Alle due meno cinque di notte, è squillato il telefono. Mio marito ha risposto; era il capoturno che gli diceva di correre in fabbrica, perché Daniel si era fatto male. ‘Daniel è morto,’ ho detto io, e mio marito, ‘Ma cosa dici, è stato solo un po’ male?’ No, io lo avevo appena sognato a terra, col volto ricoperto di sangue. Così mio marito non ha voluto portarmi in auto con sé, ma gli sono corsa dietro a piedi, fino alla fabbrica. Arrivata nel capannone, ho lottato con i medici che non volevano lasciarmi passare, ma alla fine l’ho visto, ed era proprio come nel sogno, a terra, pieno di sangue. Una scheggia incandescente, partita dal macchinario, lo aveva colpito alla schiena.

Io non so come si sopravvive alla morte di un figlio, eppure devo farlo perché ne ho altri due. Piango vestita di nero, come ancora si usa nel paese da cui provengo, l’Albania. Mia figlia invece si rifiuta di indossare quel colore, perché si rifiuta di accettare che suo fratello non ci sia più. Da martedì ha il suo giubbotto addosso, e non vuole toglierlo, non vuole parlare, non vuole mangiare. L’altro mio figlio invece continua a ripetere, ‘È un sogno, mamma, ora mi sveglio e Daniel starà di nuovo con noi.’ E poi c’è mio marito, ma lui è sotto shock.

Con il macchinario doveva esserci un altro operatore, e invece probabilmente in quel momento Daniel lo stava usando da solo. Nessuno parla perché tutti hanno paura di perdere il lavoro. Il sindacato aveva chiesto all’azienda di installare un cancelletto intorno ai macchinari, così se del materiale incandescente fosse schizzato via, non avrebbe ferito nessuno. Non erano presidi obbligatori, mi ha spiegato il nostro avvocato, però se ci fossero stati, adesso Daniel sarebbe ancora vivo. Non costa molto installarli, ma rallenterebbero il lavoro di 5 secondi a pezzo, di 5 secondi a pezzo! A novembre, Daniel si era fidanzato e pensava già a una vita con questa ragazza. Ora piange disperata e incredula. Voleva fare un mutuo per un appartamentino a poca distanza dal nostro. ‘Così ci puoi dare una mano con i nipotini,’ mi diceva, ma so che lo diceva solo perché non voleva allontanarsi troppo da me per potermi continuare ad aiutare. Adesso però non c’è più, è morto, ma nessuno dovrebbe morire per guadagnarsi il pane.”

Gramellini conclude con una riflessione: “Lo stesso giorno in cui moriva Daniel, martedì scorso, l’OCSE ha confermato che l’Italia è all’ultimo posto tra i paesi del G20 per i salari. Quindi, in certe fabbriche, non si muore più o meno per guadagnarsi il pane ma una crosta. E mentre c’è chi si riempie la bocca di algoritmi e di intelligenza artificiale, a nessuno sembra più importare niente delle persone reali. Buona notte.”

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La redazione di Psicologia Narrativa si occupa di informare su tutte le novità in campo scientifico e psicologico, di approfondire argomenti sui fenomeni di massa e sociali.

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